EPISODIO 0
«Sei
carico o sono l’unico a essere così elettrizzato?».
Max guarda nello
specchietto retrovisore della Mito e accelera. Il motore della sua macchina
stride. Lui cambia marcia e sospira, dietro finti Rayban verdi. Ho già visto
questi momenti.
«Sono carico, se non di
più», rispondo. Le nuvole coprono parte del cielo.
La strada si srotola e
l’aeroporto è sulla linea in cui il sole brucia l’asfalto. Apro il finestrino e
la radio trasmette Sonnentanz e la canottiera con la scritta Let you
be loved mi si appiccica al ventre. Fisso quella scritta a testa in giù.
Questa volta voglio essere amato più di ogni altra cosa. Voglio andare al di là
delle apparenze.
«Questa volta voglio
andare oltre», bofonchio. «Voglio essere diverso». La macchina rallenta.
«Voglio vivere all’insegna dell’amore».
Max si volta verso di me,
abbassa gli occhiali sul naso e mi fissa. Non reggo il suo sguardo e il mio
sorriso si spegne. Max mi fissa per qualcosa come dieci minuti e anche quando
ricomincia a guardare la strada, continua a sbirciarmi dallo specchietto
retrovisore.
«Bello, finiscila, ok?».
«Finiscila di fare che?».
«Di fare quello che stai
facendo, ok? Finiscila di fissarmi».
«Non ti sto guardando,
bello, sono concentrato sulla strada. Hai sentito le news?».
«A che news ti riferisci?
Perché io ho avuto delle news, delle informazioni che scottano, altamente
riservate, ma non so se siano le stesse news che hai ricevuto tu».
Max sospira e scuote la
testa.
«Mic lascia. L’ho sentito
la scorsa settimana. Ha detto che il programma non fa più per lui. Si sente
troppo hipster, a quanto pare». Max sospira ancora e dà qualche boccata alla
sua sigaretta elettronica. Soffia via un fumo pallido e profumato e fa una
smorfia.
«Mic è convinto di essere
diventato un hipster, ci credi? Cosa vorrà dire, poi? Beh, il punto, comunque,
è che devo darci un taglio con questa roba». Fa un gesto vago con la mano con
cui non regge il volante.
«Mic è stato praticamente
un ectoplasma per tutta la passata stagione», rispondo. «Qualcun altro prenderà
il suo posto».
«Non è questione di
prendere il suo posto».
«Ah no?».
«No».
C’è puzza di bruciato.
L’aeroporto è sempre più vicino e gli aerei bianchi e pesanti in lontananza mi
fanno pensare a grossi uccelli feriti sulla pista grigia. Il sole si sta
spegnendo sotto la strada.
«E di cosa si tratta,
allora?».
Max ci pensa su. «Non lo
so. Ma non di chi prende il suo posto». Fa lo stesso gesto con la mano,
spazientito. «Un’altra novità: ho sentito che Asia si è fidanzata e che il suo
nuovo ragazzo è un perfetto idiota. Un pilota di kart, qualcosa del genere. O
forse era formula due o tre. Questo è qualcosa su cui riflettere».
«Dici sul serio?». Mi
accascio sul sedile in pelle e chiudo il finestrino. Non ho voglia di guardare
fuori.
«Bello, io sono sempre
serio». Max getta la sigaretta elettronica sul sedile posteriore. Immagino che
prenda fuoco.
«E con Eva, come la
mettiamo?», chiedo, per cambiare argomento.
«Eva la mettiamo come
sempre». Max ride, poco convinto. «Quella la metti come vuoi».
Sorrido e mi impedisco di
pensare a Eva che ballava nuda sopra di me, con le Beats schiacciate nelle
orecchie, mentre Asia dormiva, nel letto accanto al mio. Sbadiglio.
«Senti, ma questa storia
del ragazzo di Asia è una cosa seria?».
«Bello, si frequentano da
due mesi, senza intoppi di sorta. Direi che è una cosa piuttosto seria, non
credi?».
«Beh, non saprei… ma…»
Max mi interrompe. «Non mi
dire che ti interessa».
«Affatto. Per niente.
Anzi, direi che potrebbe essere, ehm, un vantaggio, per me. Questa storia del
ragazzo è», tossisco, «Positiva».
Il sole esplode davanti ai
miei occhi e il cielo brucia rosso e lontano.
«Questo è parlare, amico».
Max alza il braccio verso
di me, con il palmo all’aria.
«Cinque alto».
Gli do il cinque alto e mi
impedisco di pensare a un generico incidente relativo a un kart o a una formula
tre che perde le ruote mentre è lanciata a centocinquanta all’ora sull’asfalto
e alle scintille e ad Asia che sussulta e poi si ricompone e firma un autografo
al funerale di questo pilota di cui non conosco il nome.
«Come hai detto che si
chiama il tipo?».
«Chi, Mic?».
Faccio di no con la testa.
«Il pilota di limousine con cui si è messa Asia».
«Si chiama Ruben. Ma forse
la verrà a trovare, nei prossimi giorni».
La Coca che non sto
bevendo mi va di storto. Tossisco.
«Pensa che… Ridere». Cerco
di riprendere il controllo della respirazione. «Pensa che ridere quando verrà a
trovarla. Lo portiamo fuori con noi e lo facciamo ubriacare così tanto che
dovrà stare molto attento, prima di rimettersi al volante del suo taxi».
«Lo facciamo dilaniare. Ah
no, aspetta: ho sentito che è astemio».
Mi porto una mano sulla
fronte. Profumo di fragola, ma questo non mi calma.
«Che cosa?! Che razza di
sfigato. Ma sei… sicuro?».
«No. È una voce che ho letto da qualche parte, ma
non ci farei troppo affidamento. Si sa come vanno queste cose… si scrivono un
sacco di balle, amico. Ho letto qualcosa su di me e non ci potevo credere. Tipo
che avrei fatto del sesso con una teenager bionda di cento chili e i capelli
rasati e un tatuaggio di un dragone sulla nuca. Incredibile. Sono rimasto
spiazzato».
«Ed è… vero?».
«Certo che sì. Ma come
fanno quelli a sapere sempre tutto? I giornalisti, intendo».
«Ma, ehm, tipo dove l’hai
letta questa notizia?».
«Su facebook, nella mia
fan page. Tra l’altro ho dovuto licenziare il mio ghost writer perché
ultimamente scriveva stati e riflessioni che non mi rispecchiavano affatto».
«Aspetta un attimo. Hai
dovuto licenziare tuo fratello?».
«Beh, ma Cristo! Non hai
visto cosa scriveva?».
«No, amico, non ho letto
nulla. Non prendertela, ma sono stato impegnato. Il tempo è volato».
«Tranquillo, ti perdono.
Il punto è che scriveva cose che non mi rappresentavano più. E sì che lui
dovrebbe conoscermi».
«Ma cosa scriveva, scusa?».
«Ha scritto che stavo
leggendo un libro di galateo, o qualcosa del genere. Che cazzata. Abbiamo visto
tutti che giocarsi la carta cultura non porta da nessuna parte».
Mi concentro sulla strada
inghiottita dal muso della macchina fino a quando mi bruciano gli occhi.
Chiedo: «Stai pensando a qualcuno in particolare?».
«Certo che sì. A Mic.
Guarda che fine hanno fatto lui e i suoi libri. Altro che hipster».
«Ma non erano veri e
propri… libri».
«Fa lo stesso. La gente
non può pensare che io mi metta a fare il colto. Non prima della nuova
stagione».
«Ma cos'è questa storia di
Mic hipster?».
«Credimi: non ne ho la più
pallida idea».
Alzo il volume della
musica. Una voce femminile ripete ho portato a termine tutti i miei sbagli
in maniera ossessiva e la sua voce è elettronica.
«Tu, invece, che news
hai?», chiede Max.
«E così Mic ha lasciato,
eh?», taglio corto.
Dalla pagina di Nico
… Si
comincia e sono emozionato, non vedo l’ora di rivedere gli altri.
COMMENTA
… Non
riesco ad afferrare tutta la sottocultura hipster. Baffi, anoressia e tutta
quella supponenza non fanno per me.
COMMENTA
… Due
ore fa Simo mi ha sequestrato l’Iphone. «Questo resta con me».
Non mi ha lasciato
controbattere, nemmeno quando ho tentato di farle capire che poteva anche
fidarsi.
«Dopo l’ultima volta?»
«Beh, sono cambiato».
«Sei cambiato in tre
mesi?».
«No, di mesi ne sono
passati quasi quattro…», ho provato a protestare. «Non sono più così addicted».
«Datti una mossa». Si è
appoggiata a uno degli sgabelli di lattice color crema e la gonna le si è
arrampicata sulle cosce. Ha incrociato le gambe, sorridendomi con estrema
tenerezza e si è passata la lingua sulle labbra e poi – no, ok, non è vero, non
incazzarti se leggerai, e so che lo stai già facendo, leggere, non incazzarti,
o magari entrambe le cose -, sto vagando con la fantasia.
«La mia camera è libera,
se vuoi… ».
«Ho una valigia da
controllare, se il signore non ha nulla da obiettare».
COMMENTA
… Max è
arrivato poco dopo che Simo ha detto Mi raccomando; ha bussato alla mia
porta e mia madre ha aperto e l’ha fatto entrare, dicendo cose come «Ciao Max,
ti trovo sereno», e lui ha risposto che mia mamma non si stava sbagliando, che
non si era mai sentito meglio di allora; poi è entrato in soggiorno fumando la
e-smoke e mi ha trovato depresso e con le valige sfatte.
«Su, bomber, datti una
mossa», ha detto.
«Non vengo».
«Non dire cazzate. Sei la
mia spalla ufficiale. Non ricordi?».
«Indovina? Sto…
Scherzando!».
Abbiamo riso fino a
restare senza fiato.
Mia madre stava appoggiata
all’uscio, avvolta in un maglione che le ho regalato dopo la fine del
programma. Quando mi sono voltato verso di lei, guardava la tv.
Max mi ha aiutato con le
valige e siamo partiti…
COMMENTA
… In
macchina il viaggio è stato tranquillo e si è fatta sera prima del previsto e
ho pregato affinché gli altri ci stessero aspettando, vedremo come andranno le
cose.
COMMENTA
…
#Aforisma del giorno: Vivi come se gli altri non pensassero ad altro che a te.
COMMENTA
23.26
Il
gateway è chiuso e l’aereo è decollato. Non ho nemmeno il mio Iphone. Chissà se
qualcuno ha commentato quello che sta succedendo. Pazzesco. Le cose non
potrebbero andare peggio di così.
«Le cose non potrebbero
andare peggio di così, amico».
Max abbassa gli occhiali sul naso e si limita
a fissarmi.
«Comprati un paio di
occhiali nuovi, non credi che sarebbe il caso?».
«Tipo occhiali nuovi, vita
nuova?».
«Mi hai capito al volo.
Cinque alto».
Mi dà il cinque alto e
ridiamo fino a quando ho le lacrime agli occhi. Mi riprendo. C’è poco da
ridere.
«Come abbiamo fatto a
perdere l’aereo?».
Sono incredulo.
«Beh, forse fermarsi a
bere quei chupiti non è stata un’idea così geniale, anche se ammetto che sul
momento sembrava la cosa giusta».
«E poi c’erano quelle
ragazze incredibili…».
«Ehm… Dici? Quei chupiti
mi hanno fatto perdere il senso dell’orientamento».
Un
rimbombo fortissimo. È solo uno degli aerei che non dobbiamo prendere. La
camera in cui ci hanno sistemato per la notte è a pochi passi dall’aeroporto e
io e Max guardiamo alcuni filmati su YouTube della scorsa edizione del reality
e il ragazzo alto e dinoccolato che si butta a bomba nell’idromassaggio non
sono io. Da allora ho messo su tre chili di muscoli, tra bicipiti, deltoidi e
tutto il resto.
Apro una Heineken e mi
guardo scherzare con Asia. L’idromassaggio si riempie di bolle. È notte anche
lì.
«Quest’anno ci sono
ulteriori news, a quanto mi hanno detto».
Guardo Max, che però fissa
lo schermo.
«Che news?».
«News su come andranno le
cose».
«Ma dai. A me nessuno ha
detto niente, al riguardo».
Max mi guarda,
interrogativo. Faccio spallucce e mi sciolgo in una timida risata.
«Beh, diciamo che l’ultima
volta non ti sei proprio attirato le simpatie di tutti, non credi?».
Ci penso su e poi prendo
un esagerato sorso di birra.
«Va bene, possiamo anche
metterla giù così. Però ho vinto», rispondo, facendomi serio.
«Nessuno ha vinto niente,
se non un numero smisurato di amicizie su facebook». Max sospira. Sospira di
continuo. «A conti fatti, è cambiato tutto e niente».
Nel video sto facendo il
solletico ad Asia e lei tiene il broncio e ride e poi mi afferra la mano e mi
trascina a peso morto fuori dall’idromassaggio.
«Ma è vero che Mic ha
mollato?», chiedo. Rollo una sigaretta mentre Max soppesa le parole.
«Non accenderla, ti prego.
Sai che sto lottando contro questa roba». Finge di rabbrividire.
Accendo la cicca. «Non
essere sciocco. Non puoi vincere», rispondo.
«Mic ha mollato, te l’ho
già detto prima. E io posso farcela».
«Ecco uno a cui non
importa niente della popolarità». Sospiro a mia volta e il fumo mi va di
traverso.
Max resta in silenzio e
poi inizia a ridere.
«La vuoi sapere una
cosa?».
«Tipo?».
«Mic non ha mollato
davvero».
Lo guardo, incredulo. A
che gioco sta giocando?
«Sapevo che non potevo
fidarmi di te. Sei, ehm, imprevedibile».
Max mi squadra. La camera
d’albergo è buia. Il rombo di un altro aereo ci ricorda che abbiamo fatto
tardi.
«Sapevo che dicevi
cazzate». Ridacchio e mi sciolgo. Max pare accorgersi del mio cambiamento di
umore.
«Ehi, aspetta un momento.
Mic non c’è più, e questa è la verità. Ma non è stata una, per così dire, sua
scelta».
«Cosa stai dicendo?». Il
fumo mi va di traverso. Bevo dal collo dell’Heineken e inizio a canticchiare la
sigla della scorsa edizione, biascicando, completamente ubriaco.
«Voglio dire che l’hanno
fatto fuori. In parole povere, l’hanno tagliato».
Ammutolisco. «E… Perché?».
«Mic… Non funzionava. Gli
hanno fatto fare la fine che si merita, tutto qui».
«E tu come lo sai?».
«Te l’ho detto, ho visto
gente, sentito cose. Che poi sono tutte cose che potevi leggere tranquillamente
sul sito del programma».
Spengo la cicca sul
pavimento e prendo in considerazione l’idea di fare qualche flessione. Domani
si parte, dopotutto.
«Mmm. Non ho avuto tempo,
te l’ho già detto».
Non so se preoccuparmi per
questa cosa di Mic. Se hanno fatto fuori lui, potrebbero fare fuori anche noi.
«Ma Mic verrà…
Rimpiazzato?».
«Sarò sincero. Su questo
non ho notizie precise. Ma le tue news, invece? Prima hai detto che anche tu
avevi qualche novità».
«Le mie news, già. Beh, ho
messo su tre chili di muscoli e Simo mi ha spiegato che, quest’anno, lo show
sarà diverso. Tanto per cominciare, staremo in una vera e propria villa». Mi
blocco, terrorizzato. «Gli altri saranno già lì! Cazzo. Come abbiamo fatto a
essere così stupidi?».
Max carica un video porno
sul pc e sbadiglia.
«Domani abbiamo il volo
alle otto. Per mezzogiorno saremo lì anche noi».
Finisco la birra e mi
metto a letto.
«Voglio che sia domani».
«E’ proprio la stessa cosa
che vogliamo tutti».
5:30
Mi
sveglio coperto di sudore e di profumo alla fragola e il cuore sta per
esplodermi sotto il naso e non riesco a chiudere gli occhi. Sono del tutto
incredulo. Max sta in piedi davanti all’armadio e indossa una camicia di jeans
molto indie e per il resto è in mutande, il suo culo è così scolpito che la
scritta Hate stampata sul retro dei boxer potrebbe essere un’opera
d’arte bellissima. O una foto da pubblicare su Instagram, se non fosse che
riceverebbe troppi click e manderebbe a puttane il mio piano. E poi non ho
nemmeno l’Iphone con me, e l’incubo che mi ha impedito di svegliarmi con una
poderosa quanto inutile – considerate le circostanze – erezione mattutina aveva
a che fare con il passato.
Profumo di fragola.
Riuscivo ad avvertirlo nel sonno. Onde sulla battigia, nuvole en la playa, la
prima puntata della scorsa stagione con quella sigla inconfondibile, e sole, e
musica debole, e illuminazioni artificiali, e unghie finte, e donne dalla voce
roca per tutte quelle sigarette, e poi Asia ed Eva che mi fissavano ad occhi
chiusi, senza soluzione di continuità; la Luna precipitava e io tremavo, era la
fine, non avrei dovuto fare quello che avevo fatto, non a quelle condizioni;
Asia che stringeva la mano di Eva e si complimentava con lei per via di un
ragazzo che non aveva abbandonato per uno stronzo del cazzo e io mi sentivo
chiamato in causa, anche se non avevo avuto voce in capitolo; la Luna era
sempre più vicina, precipitava, oscillava tra le nuvole ed era infuocata,
sempre più grande ma non abbastanza, e dalla Luna provenivano voci disperate e
non erano luniani o esseri in cerca di popolarità, e quella non era la Luna, ma
un miraggio; qualcosa era andato storto e mentre la musica lounge di non so chi
si diffondeva, ovattata, le urla di quelle persone davano ritmo a tutto, sì,
mentre la mongolfiera crollava, afflosciandosi su se stessa, una palla
infuocata più simile alla Luna che al sole, non so perché, Eva e Asia mi
fissavano con indifferenza e poi si abbracciavano senza badare al precipitare
di quelle voci – e questo non sarebbe stato mandato in onda. Non c’era puzza di
zolfo, ma un piacevole odore di fragola, il profumo che Asia si spruzzava sui
polsi e sulle clavicole abbronzate.
«Allora
sei vivo», fa Max. Si volta e regge un tazzina in porcellana che lascia cadere
sulla moquette.
«Dove siamo?».
«In hotel. Hai un aspetto
terribile, amico».
«Ho fatto un incubo. Ho
sognato Asia ed Eva».
«E quello tu me lo chiami
incubo?».
Rifletto sulle sue parole.
«Aspetta. Centravano le
cose successe l’anno scorso, la sera in cui non ero andato a letto con nessuna
tipa».
Max avanza, concentrato,
si tuffa sul suo letto e incrociando le braccia dietro la schiena dice: «Non
ricordo niente del genere. E neanche tu, lo sai».
Lascio perdere. Si è
trattato solo di un incubo.
Max salta in piedi con una
capriola e si stende sulla moquette e inizia a fare flessioni.
«Ho bevuto troppa
RedBull».
Le sue braccia mi sembrano
più magre, rispetto a ieri. Si piegano e si distendono e il respiro di Max è un
rantolo.
«Dovresti darci dentro
anche tu».
Mi alzo e preparo e vado a
fare una doccia.
LMFAO - Champagne
showers. La mia pelle che vibra assieme ai bassi, anche se non si vede. Are you ready for..? Let the party
rock.
Questo Hotel non è all’altezza. La vasca
brilla sotto la luce del lampadario e la foto di un capellone con la lingua di
fuori sta sopra il lavandino e sotto la foto c’è una dedica all’Hotel, c’è
scritto in inglese E’ stato un piacere distruggere questa stanza, allora
mi viene un’idea, così mi butto sotto la doccia e mi sveglio del tutto, mi
friziono i capelli tagliati da due giorni - ora sono cortissimi - poi torno in
camera e chiedo a Max: «Perché non facciamo un po’ di casino?».
Sbadiglia. «Hai in mente
qualcosa di preciso?».
«O mamma. Non saprei.
Potremmo… ehm, buttare i cuscini nella vasca?».
«No, non mi sembra una
buona idea».
«Svuotargli il frigobar?».
«L’hai praticamente già
fatto ieri».
«Qualcosa di… potente.
Telefoniamo alla… reception… merda, non mi viene in mente niente».
«Non ci sto. Non voglio
correre rischi. Ci siamo già persi una serata, ed era la serata inaugurale.
Calcola che gli altri avranno spaccato tutto. Voglio solo raggiungere il resto
della truppa. Niente giochetti, nein».
Sono sconsolato.
«Beh, scattiamoci almeno
una foto ricordo».
«Con cosa?».
L’incubo ritorna
prepotente. Droghe che non ho voluto assumere. Sguardi torvi. Bottigliette
d’acqua lanciate in pista. La mongolfiera e l’incendio. Rantoli.
«Usciamo di qui»,
sussurro.
Finisce che preparo la
valigia e andiamo in aeroporto, che è a due passi da lì.
8:34
La
ragazza che spinge il carrello della colazione mi ha riconosciuto. Ha un
sorriso dolcissimo stampato sulle labbra mentre chiede: «E’ sicuro che desidera
proprio un Jack e Cola?»
Mi stringo nelle spalle.
Max si è appisolato. Sorrido, innocente.
«Non saprei. Tu, ehm, cosa
mi consigli?».
«Signore, può prendere
quello che vuole».
«Non serve che mi dai del
lei, bellezza. Il Jack e Cola va benissimo». Ci penso su. «Hai già un piano per
stasera?».
Max si sveglia. Squadra la
hostess. «Wow. Cinque alto».
La hostess lo fissa. La
mano di Max resta sospesa, lui si guarda il muscolo, lo contrae, lo rilassa, lo
contrae, ridacchia, la hostess è andata via senza il mio Jack e Cola.
«Complimenti», gli faccio.
«Grazie. Te l’ho detto,
avresti dovuto fare anche tu qualche esercizio prima di partire».
«L’hai fatta scappare».
Rido, compiaciuto.
«Chi?». Anche Max ride, di
ottimo umore.
Passa qualche secondo in
cui mi limito a osservare le nuvole, fuori dal piccolo oblò. Non riesco a
ricondurle a nessuna forma credibile, nessuna faccia nota. Sono solo nuvole, non
possono dimostrare alcunché. Mi perdo a fissarle.
Max mi urta l’addome con
il gomito. Il tatuaggio di due dadi rossi che entrano nella buca di un tavolo
da biliardo coperto da foglie d’edera è leggermente sbiadito, ma il braccio di
Max ha ripreso le solite dimensioni. E mi ha fatto male.
«Il luogo anche quest’anno
è top secret, eh?».
«Già. Io, ehm, non ne so
nulla».
«Sai cosa ti dico? Il
luogo non conta nulla. È un dettaglio irrilevante».
«Oh, yes», dico. Inizio a
canticchiare una canzone dentro la mia testa. Quella canzone mi ricorda la
serata inaugurale della scorsa stagione. Agito la mano in aria, muovendola
avanti e indietro, seguendo il ritmo della canzone. La hostess mi lancia uno
sguardo, poi passa oltre.
«Il luogo, il luogo, il
luogo. Vediamo chi ci va più vicino, ok?», propone Max.
«Australia».
«In due ore di volo?
Impossibile».
«Abbiamo mister
intelligenza, qui».
«Per me direi Atene».
«Perché?».
«Non so. Ho questa
sensazione di pita gyros che non mi abbandona».
«Per me è la Germania».
«Non credo proprio. La
Germania d’estate? Io dico Londra».
«L’ho già visto quel
film».
«Di cosa stai parlando?».
«Quella love story in giro
per l’Europa».
«E cosa c’entra?».
La hostess mi porta il
Jack e Cola. Le rivolgo il mio migliore sorriso. Potrei invitarla in villa,
perché no? Apro bocca e lei passa avanti.
Bevo un sorso ghiacciato
dal bicchiere di plastica. «Andiamo al polo Nord».
«Tu sei completamente
andato, amico».
«E se fosse l’Italia?».
Max scruta fuori
dall’oblò. Si accarezza il pizzo che non ha.
«Non credo proprio. C’è la
fuga dei cervelli, cosa ci facciamo in Italia?». Max si volta verso di me. «Ti
sei depilato?».
«Bello, sai benissimo che
è così».
La hostess lancia uno
sguardo interrogativo verso di noi. Le faccio l’occhiolino.
«Rivoglio il mio telefono.
Rivoglio il controllo».
… Quota trentasettemila piedi, in volo verso
l’inizio di una seconda vita, ottimismo, l’aereo sobbalza tra le nuvole e
l’oblò prende a tremare, non ci sono uccelli a quest’altezza, non c’è musica
quassù, la compagnia è buona e i ragazzi non vedono l’ora di riunirsi, di
ricompattare il gruppo. Sono una famiglia. Gli ultimi due tasselli stanno per
ricomporre il mosaico e presto ne vedremo delle belle. Let the party rock.
COMMENTA
… Nico
ha raggiunto la toilette e la hostess l’ha seguito. L’aereo procedeva a quota
crociera, pilota automatico inserito, diretto verso il sole sospeso nel suo
punto più alto; Nico ha atteso l’arrivo della hostess e non le ha chiesto come
si chiamasse; sul cartellino che la hostess ha lasciato cadere c’era scritto
Elizabeth, i capelli della hostess erano biondi e profumavano di fragola; Nico
ha piegato la camicia e l’ha appoggiata sul lavandino, poi ha sbottonato il
tailleur della hostess e l’ha lasciato precipitare sul pavimento; ha
risucchiato le labbra tinte di rosso di Elizabeth e l’ha stretta a sé, carne
nuda contro carne nuda, la hostess ha sussurrato in inglese: “Ti amo dalla
prima volta che ti ho visto”, poi ha mangiato l’orecchio di Nico assieme alla
sua marmorea erezione e Nico ha sollevato il volto e ha cercato una finestra
che non c’era per fissare Dio negli occhi; la hostess è rimasta in ginocchio,
nuda, a lavorare Nico con la concentrazione di certe soldatesse inglesi alle
prese con un arsenale esplosivo, Nico le
ha urlato “se continui così tra poco esplodo”, lei non ha capito, lui l’ha
schiaffeggiata e lei stava per mordere ma si è trattenuta, Nico l’ha fatta
alzare e piegandola sul lavandino l’ha mangiata a sua volta. È stato amore a
prima vista, ma quando tutto è finito, la hostess si è ricomposta e Nico è
rimasto in bagno, da gentiluomo, per sedare ogni insinuazione. Ha contato fino
a duecentomila e poi è uscito, tenendosi la pancia in preda a un malessere
creato ad arte. Elizabeth gliene è stata grata. Max ha sorriso e ha dato un
cinque alto a Nico. Nico è ancora alla ricerca dell’amore vero.
COMMENTA
Ore 10:27
L’aereo
sobbalza e si piega verso destra, prende a virare, puntando verso il suolo,
nessuno parla; siamo dentro le nuvole e il sole è scomparso; mi sudano le mani,
Elizabeth ha allacciato le cinture, non mi degna di uno sguardo. Potrebbe
essere una catastrofe. Trattengo il respiro per cinque lunghi minuti e quando
atterriamo tutti applaudono. Mi scopro a pensare a una ragazza che forse non
rivedrò più; l’aereo corre sulla pista, rallenta, si ferma.
Percorriamo
il corridoio che porta dentro all’aeroporto e il tapis roulant ci trascina con
sé. Le facce che vedo sono solo macchie, che corrono alla mia destra. Niente di
ché.
Una
delle valige di Max non si presenta al ritiro bagagli, Max pianta un broncio
terribile e trattiene a stento le lacrime.
«Quella valigia era
importante, per me».
«E se andassimo a fare
casino? Non possono averti perso la valigia così». Mi fingo indignato.
«E’ inutile, amico. Dovevo
ritirare quella valigia qui, ora. Non mi importa se me la faranno avere, dopo.
Dopo non ha importanza, okay?».
«Che ne dici se andiamo a
farci un cocktail mentre aspettiamo il taxi?».
«In quella valigia avevo
ciò che serviva per iniziare alla grande. Non so se me la sento ancora di fare
questa cosa».
Max scoppia a ridere e si
piega in due, trattenendosi la pancia con le mani, ride di gusto e mi guarda e
ride e mi indica e non la smette di ridere.
«Che c’è da ridere,
amico?».
«Te l’ho fatta. Non ho
nessun’altra valigia da ritirare».
«Ah ah ah». Mi sento
brillante e sarcastico. «Siamo in vena di scherzi, eh?». Sospiro. Mi lascio
andare e spintono Max contro un gruppetto di napoletani in jeans slavati e
stretti e Nike bianche che se la prendono e poi guardano meglio Max e notano la
situazione e si mettono a ridere e ci danno il cinque alto.
«Anche voi qui?».
«Yes, belli. Metteremo a
soqquadro questo posto».
«Facciamo una foto
assieme, dai».
Li squadro.
«Questo potete
scordarvelo».
Ho la
vaga idea che qualcuno non voglia farci sapere dove stiamo andando di preciso,
anche se non siamo stati né bendati, né costretti a fare domande ostili a
quelli del posto, ma anzi, due inservienti con un cappellino azzurro e la
scritta Info tatuata sulla polo bianca ci hanno allungato due cocktail
dall’odore pseudo mediterraneo da spruzzare sui polsi, un braccialetto
magnetico modello carcere di sicurezza e due brochure pubblicizzanti il dove
che io e Max abbiamo subito gettato in un bidone per la raccolta
indifferenziata; non basta, veniamo spintonati dentro una macchina gialla che
profuma di sigaretta elettronica e l’autista sa già dove portarci.
Fa un cenno con il capo,
ha un paio di occhiali da sole placcati in oro, la barba di sei settimane, un
dente minuscolo, un cappellino con su scritto 0 ed è a conoscenza di cose che
noi neanche immaginiamo.
Io e Max non allacciamo le
cinture, l’autista non allaccia le cinture; un aereo emette un rombo pazzesco
passando sopra le nostre teste; non riesco a credere che stia per ricominciare
tutto da capo, ogni cosa dall’inizio in una seconda nascita senza madre;
l’impressione dominante confluisce nella parola Centrifuga che lampeggia
rosa accanto a un night club dove due ragazzine di un’età indefinibile fumano
strette in corpetti e reggicalze. L’autista accelera. Vengo sbalzato contro il
sedile e la mia canottiera smanicata dei Bulls freme, riempiendosi di aria.
Ogni cosa è frenetica e
Max fa ballare la testa, il pugno che fa su e giù all’altezza della faccia.
«Non ti ho detto una
cosa», dice.
«Che sei un inguaribile
figo?».
Max mi guarda. «No, bello.
Non ti ho detto che ho lasciato Lisa».
«Sei sicuro?». Mi sento un
po’ confuso.
«Sì. Me l’ha comunicato
via sms poco prima che passassi a prenderti, ieri».
«Ma… Quindi ti ha…
lasciato lei?».
Max si rabbuia, il pugno
che ricade in grembo.
«Oh, mamma. Forse le cose
sono andate così, in effetti».
«Beh…». Ci penso su.
«Pensa a tutto ciò che non ti perderai».
«Quanto a te?».
«Sempre libero, amico».
Il taxi prende una curva
troppo velocemente. Sbatto la testa contro il finestrino. L’autista si gira a
guardarci e sorride. Ha un dente d’oro duecentotre carati.