venerdì 25 aprile 2014

Episodio 0

EPISODIO 0


«Sei carico o sono l’unico a essere così elettrizzato?».
Max guarda nello specchietto retrovisore della Mito e accelera. Il motore della sua macchina stride. Lui cambia marcia e sospira, dietro finti Rayban verdi. Ho già visto questi momenti.
«Sono carico, se non di più», rispondo. Le nuvole coprono parte del cielo.
La strada si srotola e l’aeroporto è sulla linea in cui il sole brucia l’asfalto. Apro il finestrino e la radio trasmette Sonnentanz e la canottiera con la scritta Let you be loved mi si appiccica al ventre. Fisso quella scritta a testa in giù. Questa volta voglio essere amato più di ogni altra cosa. Voglio andare al di là delle apparenze.
«Questa volta voglio andare oltre», bofonchio. «Voglio essere diverso». La macchina rallenta. «Voglio vivere all’insegna dell’amore».
Max si volta verso di me, abbassa gli occhiali sul naso e mi fissa. Non reggo il suo sguardo e il mio sorriso si spegne. Max mi fissa per qualcosa come dieci minuti e anche quando ricomincia a guardare la strada, continua a sbirciarmi dallo specchietto retrovisore.
«Bello, finiscila, ok?».
«Finiscila di fare che?».
«Di fare quello che stai facendo, ok? Finiscila di fissarmi».
«Non ti sto guardando, bello, sono concentrato sulla strada. Hai sentito le news?».
«A che news ti riferisci? Perché io ho avuto delle news, delle informazioni che scottano, altamente riservate, ma non so se siano le stesse news che hai ricevuto tu».
Max sospira e scuote la testa. 
«Mic lascia. L’ho sentito la scorsa settimana. Ha detto che il programma non fa più per lui. Si sente troppo hipster, a quanto pare». Max sospira ancora e dà qualche boccata alla sua sigaretta elettronica. Soffia via un fumo pallido e profumato e fa una smorfia.
«Mic è convinto di essere diventato un hipster, ci credi? Cosa vorrà dire, poi? Beh, il punto, comunque, è che devo darci un taglio con questa roba». Fa un gesto vago con la mano con cui non regge il volante.
«Mic è stato praticamente un ectoplasma per tutta la passata stagione», rispondo. «Qualcun altro prenderà il suo posto».
«Non è questione di prendere il suo posto».
«Ah no?».
«No».
C’è puzza di bruciato. L’aeroporto è sempre più vicino e gli aerei bianchi e pesanti in lontananza mi fanno pensare a grossi uccelli feriti sulla pista grigia. Il sole si sta spegnendo sotto la strada.
«E di cosa si tratta, allora?».
Max ci pensa su. «Non lo so. Ma non di chi prende il suo posto». Fa lo stesso gesto con la mano, spazientito. «Un’altra novità: ho sentito che Asia si è fidanzata e che il suo nuovo ragazzo è un perfetto idiota. Un pilota di kart, qualcosa del genere. O forse era formula due o tre. Questo è qualcosa su cui riflettere».
«Dici sul serio?». Mi accascio sul sedile in pelle e chiudo il finestrino. Non ho voglia di guardare fuori.
«Bello, io sono sempre serio». Max getta la sigaretta elettronica sul sedile posteriore. Immagino che prenda fuoco.
«E con Eva, come la mettiamo?», chiedo, per cambiare argomento.
«Eva la mettiamo come sempre». Max ride, poco convinto. «Quella la metti come vuoi».
Sorrido e mi impedisco di pensare a Eva che ballava nuda sopra di me, con le Beats schiacciate nelle orecchie, mentre Asia dormiva, nel letto accanto al mio. Sbadiglio.
«Senti, ma questa storia del ragazzo di Asia è una cosa seria?».
«Bello, si frequentano da due mesi, senza intoppi di sorta. Direi che è una cosa piuttosto seria, non credi?».
«Beh, non saprei… ma…»
Max mi interrompe. «Non mi dire che ti interessa».
«Affatto. Per niente. Anzi, direi che potrebbe essere, ehm, un vantaggio, per me. Questa storia del ragazzo è», tossisco, «Positiva».
Il sole esplode davanti ai miei occhi e il cielo brucia rosso e lontano.
«Questo è parlare, amico».
Max alza il braccio verso di me, con il palmo all’aria.
«Cinque alto».
Gli do il cinque alto e mi impedisco di pensare a un generico incidente relativo a un kart o a una formula tre che perde le ruote mentre è lanciata a centocinquanta all’ora sull’asfalto e alle scintille e ad Asia che sussulta e poi si ricompone e firma un autografo al funerale di questo pilota di cui non conosco il nome.
«Come hai detto che si chiama il tipo?».
«Chi, Mic?».
Faccio di no con la testa. «Il pilota di limousine con cui si è messa Asia».
«Si chiama Ruben. Ma forse la verrà a trovare, nei prossimi giorni».
La Coca che non sto bevendo mi va di storto. Tossisco.
«Pensa che… Ridere». Cerco di riprendere il controllo della respirazione. «Pensa che ridere quando verrà a trovarla. Lo portiamo fuori con noi e lo facciamo ubriacare così tanto che dovrà stare molto attento, prima di rimettersi al volante del suo taxi».
«Lo facciamo dilaniare. Ah no, aspetta: ho sentito che è astemio».
Mi porto una mano sulla fronte. Profumo di fragola, ma questo non mi calma.
«Che cosa?! Che razza di sfigato. Ma sei… sicuro?».
«No. È  una voce che ho letto da qualche parte, ma non ci farei troppo affidamento. Si sa come vanno queste cose… si scrivono un sacco di balle, amico. Ho letto qualcosa su di me e non ci potevo credere. Tipo che avrei fatto del sesso con una teenager bionda di cento chili e i capelli rasati e un tatuaggio di un dragone sulla nuca. Incredibile. Sono rimasto spiazzato».
«Ed è… vero?».
«Certo che sì. Ma come fanno quelli a sapere sempre tutto? I giornalisti, intendo».
«Ma, ehm, tipo dove l’hai letta questa notizia?».
«Su facebook, nella mia fan page. Tra l’altro ho dovuto licenziare il mio ghost writer perché ultimamente scriveva stati e riflessioni che non mi rispecchiavano affatto».
«Aspetta un attimo. Hai dovuto licenziare tuo fratello?».
«Beh, ma Cristo! Non hai visto cosa scriveva?».
«No, amico, non ho letto nulla. Non prendertela, ma sono stato impegnato. Il tempo è volato».
«Tranquillo, ti perdono. Il punto è che scriveva cose che non mi rappresentavano più. E sì che lui dovrebbe conoscermi».
«Ma cosa scriveva, scusa?».
«Ha scritto che stavo leggendo un libro di galateo, o qualcosa del genere. Che cazzata. Abbiamo visto tutti che giocarsi la carta cultura non porta da nessuna parte».
Mi concentro sulla strada inghiottita dal muso della macchina fino a quando mi bruciano gli occhi. Chiedo: «Stai pensando a qualcuno in particolare?».
«Certo che sì. A Mic. Guarda che fine hanno fatto lui e i suoi libri. Altro che hipster».
«Ma non erano veri e propri… libri».
«Fa lo stesso. La gente non può pensare che io mi metta a fare il colto. Non prima della nuova stagione».
«Ma cos'è questa storia di Mic hipster?».
«Credimi: non ne ho la più pallida idea».
Alzo il volume della musica. Una voce femminile ripete ho portato a termine tutti i miei sbagli in maniera ossessiva e la sua voce è elettronica.
«Tu, invece, che news hai?», chiede Max.
«E così Mic ha lasciato, eh?», taglio corto.


Dalla pagina di Nico
… Si comincia e sono emozionato, non vedo l’ora di rivedere gli altri.
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… Non riesco ad afferrare tutta la sottocultura hipster. Baffi, anoressia e tutta quella supponenza non fanno per me.
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… Due ore fa Simo mi ha sequestrato l’Iphone. «Questo resta con me».
Non mi ha lasciato controbattere, nemmeno quando ho tentato di farle capire che poteva anche fidarsi.
«Dopo l’ultima volta?»
«Beh, sono cambiato».
«Sei cambiato in tre mesi?».
«No, di mesi ne sono passati quasi quattro…», ho provato a protestare. «Non sono più così addicted».
«Datti una mossa». Si è appoggiata a uno degli sgabelli di lattice color crema e la gonna le si è arrampicata sulle cosce. Ha incrociato le gambe, sorridendomi con estrema tenerezza e si è passata la lingua sulle labbra e poi – no, ok, non è vero, non incazzarti se leggerai, e so che lo stai già facendo, leggere, non incazzarti, o magari entrambe le cose -, sto vagando con la fantasia.
«La mia camera è libera, se vuoi… ».
«Ho una valigia da controllare, se il signore non ha nulla da obiettare».
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… Max è arrivato poco dopo che Simo ha detto Mi raccomando; ha bussato alla mia porta e mia madre ha aperto e l’ha fatto entrare, dicendo cose come «Ciao Max, ti trovo sereno», e lui ha risposto che mia mamma non si stava sbagliando, che non si era mai sentito meglio di allora; poi è entrato in soggiorno fumando la e-smoke e mi ha trovato depresso e con le valige sfatte.
«Su, bomber, datti una mossa», ha detto.
«Non vengo».
«Non dire cazzate. Sei la mia spalla ufficiale. Non ricordi?».
«Indovina? Sto… Scherzando!».
Abbiamo riso fino a restare senza fiato.
Mia madre stava appoggiata all’uscio, avvolta in un maglione che le ho regalato dopo la fine del programma. Quando mi sono voltato verso di lei, guardava la tv.
Max mi ha aiutato con le valige e siamo partiti…
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… In macchina il viaggio è stato tranquillo e si è fatta sera prima del previsto e ho pregato affinché gli altri ci stessero aspettando, vedremo come andranno le cose.
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… #Aforisma del giorno: Vivi come se gli altri non pensassero ad altro che a te.
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23.26

Il gateway è chiuso e l’aereo è decollato. Non ho nemmeno il mio Iphone. Chissà se qualcuno ha commentato quello che sta succedendo. Pazzesco. Le cose non potrebbero andare peggio di così.
«Le cose non potrebbero andare peggio di così, amico».
 Max abbassa gli occhiali sul naso e si limita a fissarmi.
«Comprati un paio di occhiali nuovi, non credi che sarebbe il caso?».
«Tipo occhiali nuovi, vita nuova?».
«Mi hai capito al volo. Cinque alto».
Mi dà il cinque alto e ridiamo fino a quando ho le lacrime agli occhi. Mi riprendo. C’è poco da ridere.
«Come abbiamo fatto a perdere l’aereo?».
Sono incredulo.
«Beh, forse fermarsi a bere quei chupiti non è stata un’idea così geniale, anche se ammetto che sul momento sembrava la cosa giusta».
«E poi c’erano quelle ragazze incredibili…».
«Ehm… Dici? Quei chupiti mi hanno fatto perdere il senso dell’orientamento».
Un rimbombo fortissimo. È solo uno degli aerei che non dobbiamo prendere. La camera in cui ci hanno sistemato per la notte è a pochi passi dall’aeroporto e io e Max guardiamo alcuni filmati su YouTube della scorsa edizione del reality e il ragazzo alto e dinoccolato che si butta a bomba nell’idromassaggio non sono io. Da allora ho messo su tre chili di muscoli, tra bicipiti, deltoidi e tutto il resto.
Apro una Heineken e mi guardo scherzare con Asia. L’idromassaggio si riempie di bolle. È notte anche lì.
«Quest’anno ci sono ulteriori news, a quanto mi hanno detto».
Guardo Max, che però fissa lo schermo.
«Che news?».
«News su come andranno le cose».
«Ma dai. A me nessuno ha detto niente, al riguardo».
Max mi guarda, interrogativo. Faccio spallucce e mi sciolgo in una timida risata.
«Beh, diciamo che l’ultima volta non ti sei proprio attirato le simpatie di tutti, non credi?».
Ci penso su e poi prendo un esagerato sorso di birra.
«Va bene, possiamo anche metterla giù così. Però ho vinto», rispondo, facendomi serio.
«Nessuno ha vinto niente, se non un numero smisurato di amicizie su facebook». Max sospira. Sospira di continuo. «A conti fatti, è cambiato tutto e niente».
Nel video sto facendo il solletico ad Asia e lei tiene il broncio e ride e poi mi afferra la mano e mi trascina a peso morto fuori dall’idromassaggio.
«Ma è vero che Mic ha mollato?», chiedo. Rollo una sigaretta mentre Max soppesa le parole.
«Non accenderla, ti prego. Sai che sto lottando contro questa roba». Finge di rabbrividire.
Accendo la cicca. «Non essere sciocco. Non puoi vincere», rispondo.
«Mic ha mollato, te l’ho già detto prima. E io posso farcela».
«Ecco uno a cui non importa niente della popolarità». Sospiro a mia volta e il fumo mi va di traverso.
Max resta in silenzio e poi inizia a ridere.
«La vuoi sapere una cosa?».
«Tipo?».
«Mic non ha mollato davvero».
Lo guardo, incredulo. A che gioco sta giocando?
«Sapevo che non potevo fidarmi di te. Sei, ehm, imprevedibile».
Max mi squadra. La camera d’albergo è buia. Il rombo di un altro aereo ci ricorda che abbiamo fatto tardi.
«Sapevo che dicevi cazzate». Ridacchio e mi sciolgo. Max pare accorgersi del mio cambiamento di umore.
«Ehi, aspetta un momento. Mic non c’è più, e questa è la verità. Ma non è stata una, per così dire, sua scelta».
«Cosa stai dicendo?». Il fumo mi va di traverso. Bevo dal collo dell’Heineken e inizio a canticchiare la sigla della scorsa edizione, biascicando, completamente ubriaco.
«Voglio dire che l’hanno fatto fuori. In parole povere, l’hanno tagliato».
Ammutolisco. «E… Perché?».
«Mic… Non funzionava. Gli hanno fatto fare la fine che si merita, tutto qui».
«E tu come lo sai?».
«Te l’ho detto, ho visto gente, sentito cose. Che poi sono tutte cose che potevi leggere tranquillamente sul sito del programma».
Spengo la cicca sul pavimento e prendo in considerazione l’idea di fare qualche flessione. Domani si parte, dopotutto.
«Mmm. Non ho avuto tempo, te l’ho già detto».
Non so se preoccuparmi per questa cosa di Mic. Se hanno fatto fuori lui, potrebbero fare fuori anche noi.
«Ma Mic verrà… Rimpiazzato?».
«Sarò sincero. Su questo non ho notizie precise. Ma le tue news, invece? Prima hai detto che anche tu avevi qualche novità».
«Le mie news, già. Beh, ho messo su tre chili di muscoli e Simo mi ha spiegato che, quest’anno, lo show sarà diverso. Tanto per cominciare, staremo in una vera e propria villa». Mi blocco, terrorizzato. «Gli altri saranno già lì! Cazzo. Come abbiamo fatto a essere così stupidi?».
Max carica un video porno sul pc e sbadiglia.
«Domani abbiamo il volo alle otto. Per mezzogiorno saremo lì anche noi».
Finisco la birra e mi metto a letto.
«Voglio che sia domani».
«E’ proprio la stessa cosa che vogliamo tutti».



5:30

Mi sveglio coperto di sudore e di profumo alla fragola e il cuore sta per esplodermi sotto il naso e non riesco a chiudere gli occhi. Sono del tutto incredulo. Max sta in piedi davanti all’armadio e indossa una camicia di jeans molto indie e per il resto è in mutande, il suo culo è così scolpito che la scritta Hate stampata sul retro dei boxer potrebbe essere un’opera d’arte bellissima. O una foto da pubblicare su Instagram, se non fosse che riceverebbe troppi click e manderebbe a puttane il mio piano. E poi non ho nemmeno l’Iphone con me, e l’incubo che mi ha impedito di svegliarmi con una poderosa quanto inutile – considerate le circostanze – erezione mattutina aveva a che fare con il passato.
Profumo di fragola. Riuscivo ad avvertirlo nel sonno. Onde sulla battigia, nuvole en la playa, la prima puntata della scorsa stagione con quella sigla inconfondibile, e sole, e musica debole, e illuminazioni artificiali, e unghie finte, e donne dalla voce roca per tutte quelle sigarette, e poi Asia ed Eva che mi fissavano ad occhi chiusi, senza soluzione di continuità; la Luna precipitava e io tremavo, era la fine, non avrei dovuto fare quello che avevo fatto, non a quelle condizioni; Asia che stringeva la mano di Eva e si complimentava con lei per via di un ragazzo che non aveva abbandonato per uno stronzo del cazzo e io mi sentivo chiamato in causa, anche se non avevo avuto voce in capitolo; la Luna era sempre più vicina, precipitava, oscillava tra le nuvole ed era infuocata, sempre più grande ma non abbastanza, e dalla Luna provenivano voci disperate e non erano luniani o esseri in cerca di popolarità, e quella non era la Luna, ma un miraggio; qualcosa era andato storto e mentre la musica lounge di non so chi si diffondeva, ovattata, le urla di quelle persone davano ritmo a tutto, sì, mentre la mongolfiera crollava, afflosciandosi su se stessa, una palla infuocata più simile alla Luna che al sole, non so perché, Eva e Asia mi fissavano con indifferenza e poi si abbracciavano senza badare al precipitare di quelle voci – e questo non sarebbe stato mandato in onda. Non c’era puzza di zolfo, ma un piacevole odore di fragola, il profumo che Asia si spruzzava sui polsi e sulle clavicole abbronzate.
«Allora sei vivo», fa Max. Si volta e regge un tazzina in porcellana che lascia cadere sulla moquette.
«Dove siamo?».
«In hotel. Hai un aspetto terribile, amico».
«Ho fatto un incubo. Ho sognato Asia ed Eva».
«E quello tu me lo chiami incubo?».
Rifletto sulle sue parole.
«Aspetta. Centravano le cose successe l’anno scorso, la sera in cui non ero andato a letto con nessuna tipa».
Max avanza, concentrato, si tuffa sul suo letto e incrociando le braccia dietro la schiena dice: «Non ricordo niente del genere. E neanche tu, lo sai».
Lascio perdere. Si è trattato solo di un incubo.
Max salta in piedi con una capriola e si stende sulla moquette e inizia a fare flessioni.
«Ho bevuto troppa RedBull».
Le sue braccia mi sembrano più magre, rispetto a ieri. Si piegano e si distendono e il respiro di Max è un rantolo.
«Dovresti darci dentro anche tu».
Mi alzo e preparo e vado a fare una doccia.
LMFAO - Champagne showers. La mia pelle che vibra assieme ai bassi, anche se non si vede. Are you ready for..? Let the party rock.
Questo Hotel non è all’altezza. La vasca brilla sotto la luce del lampadario e la foto di un capellone con la lingua di fuori sta sopra il lavandino e sotto la foto c’è una dedica all’Hotel, c’è scritto in inglese E’ stato un piacere distruggere questa stanza, allora mi viene un’idea, così mi butto sotto la doccia e mi sveglio del tutto, mi friziono i capelli tagliati da due giorni - ora sono cortissimi - poi torno in camera e chiedo a Max: «Perché non facciamo un po’ di casino?».
Sbadiglia. «Hai in mente qualcosa di preciso?».
«O mamma. Non saprei. Potremmo… ehm, buttare i cuscini nella vasca?».
«No, non mi sembra una buona idea».
«Svuotargli il frigobar?».
«L’hai praticamente già fatto ieri».
«Qualcosa di… potente. Telefoniamo alla… reception… merda, non mi viene in mente niente».
«Non ci sto. Non voglio correre rischi. Ci siamo già persi una serata, ed era la serata inaugurale. Calcola che gli altri avranno spaccato tutto. Voglio solo raggiungere il resto della truppa. Niente giochetti, nein».
Sono sconsolato.
«Beh, scattiamoci almeno una foto ricordo».
«Con cosa?».
L’incubo ritorna prepotente. Droghe che non ho voluto assumere. Sguardi torvi. Bottigliette d’acqua lanciate in pista. La mongolfiera e l’incendio. Rantoli.
«Usciamo di qui», sussurro.
Finisce che preparo la valigia e andiamo in aeroporto, che è a due passi da lì.


8:34

La ragazza che spinge il carrello della colazione mi ha riconosciuto. Ha un sorriso dolcissimo stampato sulle labbra mentre chiede: «E’ sicuro che desidera proprio un Jack e Cola?»
Mi stringo nelle spalle. Max si è appisolato. Sorrido, innocente.
«Non saprei. Tu, ehm, cosa mi consigli?».
«Signore, può prendere quello che vuole».
«Non serve che mi dai del lei, bellezza. Il Jack e Cola va benissimo». Ci penso su. «Hai già un piano per stasera?».
Max si sveglia. Squadra la hostess. «Wow. Cinque alto».
La hostess lo fissa. La mano di Max resta sospesa, lui si guarda il muscolo, lo contrae, lo rilassa, lo contrae, ridacchia, la hostess è andata via senza il mio Jack e Cola.
«Complimenti», gli faccio.
«Grazie. Te l’ho detto, avresti dovuto fare anche tu qualche esercizio prima di partire».
«L’hai fatta scappare». Rido, compiaciuto.
«Chi?». Anche Max ride, di ottimo umore.
Passa qualche secondo in cui mi limito a osservare le nuvole, fuori dal piccolo oblò. Non riesco a ricondurle a nessuna forma credibile, nessuna faccia nota. Sono solo nuvole, non possono dimostrare alcunché. Mi perdo a fissarle.
Max mi urta l’addome con il gomito. Il tatuaggio di due dadi rossi che entrano nella buca di un tavolo da biliardo coperto da foglie d’edera è leggermente sbiadito, ma il braccio di Max ha ripreso le solite dimensioni. E mi ha fatto male.
«Il luogo anche quest’anno è top secret, eh?».
«Già. Io, ehm, non ne so nulla».
«Sai cosa ti dico? Il luogo non conta nulla. È un dettaglio irrilevante».
«Oh, yes», dico. Inizio a canticchiare una canzone dentro la mia testa. Quella canzone mi ricorda la serata inaugurale della scorsa stagione. Agito la mano in aria, muovendola avanti e indietro, seguendo il ritmo della canzone. La hostess mi lancia uno sguardo, poi passa oltre.
«Il luogo, il luogo, il luogo. Vediamo chi ci va più vicino, ok?», propone Max.
«Australia».
«In due ore di volo? Impossibile».
«Abbiamo mister intelligenza, qui».
«Per me direi Atene».
«Perché?».
«Non so. Ho questa sensazione di pita gyros che non mi abbandona».
«Per me è la Germania».
«Non credo proprio. La Germania d’estate? Io dico Londra».
«L’ho già visto quel film».
«Di cosa stai parlando?».
«Quella love story in giro per l’Europa».
«E cosa c’entra?».
La hostess mi porta il Jack e Cola. Le rivolgo il mio migliore sorriso. Potrei invitarla in villa, perché no? Apro bocca e lei passa avanti.
Bevo un sorso ghiacciato dal bicchiere di plastica. «Andiamo al polo Nord».
«Tu sei completamente andato, amico».
«E se fosse l’Italia?».
Max scruta fuori dall’oblò. Si accarezza il pizzo che non ha.
«Non credo proprio. C’è la fuga dei cervelli, cosa ci facciamo in Italia?». Max si volta verso di me. «Ti sei depilato?».
«Bello, sai benissimo che è così».
La hostess lancia uno sguardo interrogativo verso di noi. Le faccio l’occhiolino.
«Rivoglio il mio telefono. Rivoglio il controllo».


…  Quota trentasettemila piedi, in volo verso l’inizio di una seconda vita, ottimismo, l’aereo sobbalza tra le nuvole e l’oblò prende a tremare, non ci sono uccelli a quest’altezza, non c’è musica quassù, la compagnia è buona e i ragazzi non vedono l’ora di riunirsi, di ricompattare il gruppo. Sono una famiglia. Gli ultimi due tasselli stanno per ricomporre il mosaico e presto ne vedremo delle belle. Let the party rock.
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… Nico ha raggiunto la toilette e la hostess l’ha seguito. L’aereo procedeva a quota crociera, pilota automatico inserito, diretto verso il sole sospeso nel suo punto più alto; Nico ha atteso l’arrivo della hostess e non le ha chiesto come si chiamasse; sul cartellino che la hostess ha lasciato cadere c’era scritto Elizabeth, i capelli della hostess erano biondi e profumavano di fragola; Nico ha piegato la camicia e l’ha appoggiata sul lavandino, poi ha sbottonato il tailleur della hostess e l’ha lasciato precipitare sul pavimento; ha risucchiato le labbra tinte di rosso di Elizabeth e l’ha stretta a sé, carne nuda contro carne nuda, la hostess ha sussurrato in inglese: “Ti amo dalla prima volta che ti ho visto”, poi ha mangiato l’orecchio di Nico assieme alla sua marmorea erezione e Nico ha sollevato il volto e ha cercato una finestra che non c’era per fissare Dio negli occhi; la hostess è rimasta in ginocchio, nuda, a lavorare Nico con la concentrazione di certe soldatesse inglesi alle prese con un arsenale esplosivo,  Nico le ha urlato “se continui così tra poco esplodo”, lei non ha capito, lui l’ha schiaffeggiata e lei stava per mordere ma si è trattenuta, Nico l’ha fatta alzare e piegandola sul lavandino l’ha mangiata a sua volta. È stato amore a prima vista, ma quando tutto è finito, la hostess si è ricomposta e Nico è rimasto in bagno, da gentiluomo, per sedare ogni insinuazione. Ha contato fino a duecentomila e poi è uscito, tenendosi la pancia in preda a un malessere creato ad arte. Elizabeth gliene è stata grata. Max ha sorriso e ha dato un cinque alto a Nico. Nico è ancora alla ricerca dell’amore vero.
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Ore 10:27

L’aereo sobbalza e si piega verso destra, prende a virare, puntando verso il suolo, nessuno parla; siamo dentro le nuvole e il sole è scomparso; mi sudano le mani, Elizabeth ha allacciato le cinture, non mi degna di uno sguardo. Potrebbe essere una catastrofe. Trattengo il respiro per cinque lunghi minuti e quando atterriamo tutti applaudono. Mi scopro a pensare a una ragazza che forse non rivedrò più; l’aereo corre sulla pista, rallenta, si ferma.
Percorriamo il corridoio che porta dentro all’aeroporto e il tapis roulant ci trascina con sé. Le facce che vedo sono solo macchie, che corrono alla mia destra. Niente di ché.
Una delle valige di Max non si presenta al ritiro bagagli, Max pianta un broncio terribile e trattiene a stento le lacrime.
«Quella valigia era importante, per me».
«E se andassimo a fare casino? Non possono averti perso la valigia così». Mi fingo indignato.
«E’ inutile, amico. Dovevo ritirare quella valigia qui, ora. Non mi importa se me la faranno avere, dopo. Dopo non ha importanza, okay?».
«Che ne dici se andiamo a farci un cocktail mentre aspettiamo il taxi?».
«In quella valigia avevo ciò che serviva per iniziare alla grande. Non so se me la sento ancora di fare questa cosa».
Max scoppia a ridere e si piega in due, trattenendosi la pancia con le mani, ride di gusto e mi guarda e ride e mi indica e non la smette di ridere.
«Che c’è da ridere, amico?».
«Te l’ho fatta. Non ho nessun’altra valigia da ritirare».
«Ah ah ah». Mi sento brillante e sarcastico. «Siamo in vena di scherzi, eh?». Sospiro. Mi lascio andare e spintono Max contro un gruppetto di napoletani in jeans slavati e stretti e Nike bianche che se la prendono e poi guardano meglio Max e notano la situazione e si mettono a ridere e ci danno il cinque alto.
«Anche voi qui?».
«Yes, belli. Metteremo a soqquadro questo posto».
«Facciamo una foto assieme, dai».
Li squadro.
«Questo potete scordarvelo».
Ho la vaga idea che qualcuno non voglia farci sapere dove stiamo andando di preciso, anche se non siamo stati né bendati, né costretti a fare domande ostili a quelli del posto, ma anzi, due inservienti con un cappellino azzurro e la scritta Info tatuata sulla polo bianca ci hanno allungato due cocktail dall’odore pseudo mediterraneo da spruzzare sui polsi, un braccialetto magnetico modello carcere di sicurezza e due brochure pubblicizzanti il dove che io e Max abbiamo subito gettato in un bidone per la raccolta indifferenziata; non basta, veniamo spintonati dentro una macchina gialla che profuma di sigaretta elettronica e l’autista sa già dove portarci.
Fa un cenno con il capo, ha un paio di occhiali da sole placcati in oro, la barba di sei settimane, un dente minuscolo, un cappellino con su scritto 0 ed è a conoscenza di cose che noi neanche immaginiamo.
Io e Max non allacciamo le cinture, l’autista non allaccia le cinture; un aereo emette un rombo pazzesco passando sopra le nostre teste; non riesco a credere che stia per ricominciare tutto da capo, ogni cosa dall’inizio in una seconda nascita senza madre; l’impressione dominante confluisce nella parola Centrifuga che lampeggia rosa accanto a un night club dove due ragazzine di un’età indefinibile fumano strette in corpetti e reggicalze. L’autista accelera. Vengo sbalzato contro il sedile e la mia canottiera smanicata dei Bulls freme, riempiendosi di aria.
Ogni cosa è frenetica e Max fa ballare la testa, il pugno che fa su e giù all’altezza della faccia.
«Non ti ho detto una cosa», dice.
«Che sei un inguaribile figo?».
Max mi guarda. «No, bello. Non ti ho detto che ho lasciato Lisa».
«Sei sicuro?». Mi sento un po’ confuso.
«Sì. Me l’ha comunicato via sms poco prima che passassi a prenderti, ieri».
«Ma… Quindi ti ha… lasciato lei?».
Max si rabbuia, il pugno che ricade in grembo.
«Oh, mamma. Forse le cose sono andate così, in effetti».
«Beh…». Ci penso su. «Pensa a tutto ciò che non ti perderai».
«Quanto a te?».
«Sempre libero, amico».

Il taxi prende una curva troppo velocemente. Sbatto la testa contro il finestrino. L’autista si gira a guardarci e sorride. Ha un dente d’oro duecentotre carati. 

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